Berlusconi: dopo la fine del terzo atto

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[caption id="attachment_10421" align="aligncenter" width="500" caption="Silvio Berlusconi - Foto Flickr/ Vas Vas con licenza Creative Commons"][/caption]

Siccome siamo un paese paradossale, il premier più antiparlamentarista degli ultimi 150 anni (dopo il duce, d’accordo, ma insomma quello che «il Parlamento fa solo perdere tempo») adesso si appella alle Camere perché senza un voto di sfiducia non si dimette.

Il bello è che da un punto di vista costituzionale Berlusconi ha pure ragione. E in una democrazia con le rotelle a posto le dimissioni del premier le chiede un partito d’opposizione. Uno di maggioranza, avendo i numeri come appunto ce li ha Fini, le causa e basta.

Ma questa, lo sappiamo, non è una democrazia normale.

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Sicché il presidente della Camera non solo fa cadere il governo con una lentezza esasperante – è un anno che la sta tirando in lungo – ma almeno in apparenza si dice pure pronto a rifare un altro esecutivo con un nuovo Berlusconi: che ritrovi lo “spirito riformista” (!), scriva una nuova “agenda” (!) e abbia un “colpo d’ala” (!).

Ora, Fini è il primo a sapere che qui non c’è colpo d’ala che tenga: c’è da decidere se quel potentissimo fenomeno subculturale e anti politico chiamato berlusconismo – l’impunità, la legge del più forte, l’illegalità, l’asservimento al capo, l’intreccio con gli affari, l’arretratezza mentale, il disprezzo per la Costituzione, il fastidio per la democrazia, il farsi gli affari propri, i disvalori di genere e via dicendo – debba proseguire o debba terminare.

Fini invece gioca a far finta che non sia così. Far finta cioè che Berlusconi e il suo governo rientrino nelle normali categorie politiche passibili di mediazione: quindi modificabili, migliorabili, riformabili.

Probabilmente lo fa non perché ci crede – li conosce meglio di tutti noi, i berluscones – ma per costringerli a mostrarsi apertamente per quello che invece sono: immodificabili, immigliorabili, irriformabili. Infatti il duo Bondi-Cicchitto gli ha subito risposto malamente – altro che “colpo d’ala” – e Quagliarello ha aggiunto che il discorso di Perugia «fa impallidire la Marcia su Roma», tanto per abbassare i toni.

Quindi?

Quindi siamo alla fine dell’atto terzo del berlusconismo. Il primo è durato otto mesi, nel ‘94-’95. Il secondo cinque anni, dal 2001 al 2006. Il terzo – senz’altro il più cupo e violento – due anni e mezzo o qualcosa di più.

Adesso sta a noi – solo a noi, ma a noi tutti – lavorare in ogni strada e in ogni luogo di lavoro o di tempo libero perché non prenda mai vita il quarto.

Perché quello che sta finendo adesso ha fatto schifo, ma sembrerebbe Disneyland, al confronto.

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