I buoni voti dipendono dai nomi degli studenti?

Pubblicato il da Rossella Cadeddu

[caption id="attachment_5506" align="alignright" width="300" caption="Hellebardius / Flickr (licenza Creative Commons) http://www.flickr.com/people/libaer2002/"][/caption]

Attualmente lo studio di follow-up sulla valutazione dei nomi dei bambini da parte degli insegnanti è oggetto di accesi dibattiti sui media. Kevin e Chantal hanno davvero carte peggiori da giocare a scuola a causa dei loro nomi, rispetto ad Alexander e Elizabeth? O c'è qualcos'altro dietro?

Dopo che uno studio condotto nel 2009 da Julia Kube sotto la supervisione di Astrid Kaiser nell’ambito del quale sono stati intervistati molti insegnanti, è giunto alla conclusione che i nomi degli alunni delle elementari influirebbero sulla valutazione delle loro capacità, si discute sull'accuratezza dei risultati e in particolare sulla questione - mai presa in esame - se gli studenti siano trattati o valutati in modo diverso a causa dei loro nomi. Un recente studio di follow-up condotto da un’autrice anonima(!) sotto l'egida di Astrid Kaiser dovrebbe chiarire quanto è solo limitatamente riuscito. Oggi non voglio parlare dello studio di per se - una critica fondata gli è stata già fatta dallo sociologo Anatol Stefanowitsch – ma voglio parlare di un’altra questione che mi preoccupa non poco in relazione al dibattito.

In Freakonomics l 'economista americano Steven D. Levitt si occupa tra le altre cose della questione se vi siano negli Stati Uniti dei nomi per bambini tipici "bianchi" o "neri", e quindi si basa su studi condotti da Stanley Lieberson, Cleveland Kent Evans, nonché su un suo studio personale. Sulla base di questi Levitt rileva che esistono davvero forti correlazioni tra il nome di un bambino e la sua successiva buona riuscita a scuola o nella vita lavorativa, ma questo non dipende nè dal nome di per sé, né forse dai relativi pregiudizi, ma dal fatto che i nomi assolutamente non si distribuiscono a caso nei diversi strati socio-economici della popolazione.
I dati mostrano che in media una persona con un nome tipico nero - una donna che si chiama Imani, o un uomo che si chiama DeShawn - hanno effettivamente ottenuto meno nella vita di chi si chiama Molly o Jake. Quando due ragazzi, Jake Williams e DeShawn Williams, crescono nello stesso quartiere, e nelle stesse condizioni familiari ed economiche, probabilmente poi raggiungeranno nella vita risultati molto simili. Ma i genitori che hanno dato al loro figlio il nome di Jake, non vivono quasi mai nello stesso quartiere e nelle stesse condizioni economiche dei genitori che hanno dato al loro figlio il nome di DeShawn. [...] Proprio come un bambino nella cui famiglia non ci sono libri ha meno possibilità di ottenere buoni voti a scuola, così un ragazzo di nome DeShawn ha meno possibilità di vivere una vita di successo.


Il legame indicato da Levitt tra il nome di un bambino e lo status socio-economico dei suoi genitori, mi sembra che si avvicini non poco all’argomento della discussione in corso sulle minori opportunità dei piccoli Kevin nella scuola elementare. Perchè in fondo, non vi è quasi nessun altro paese occidentale in cui le opportunità educative dei bambini sono così fortemente dipendenti dalla situazione socio-economica dei genitori , come la RFT.
Abbiamo riscontrato che è soprattutto l'appartenenza ad una particolare classe sociale ad avere degli effetti sul rendimento scolastico dei bambini e sulle esigenze educative dei genitori," dice Hradil a proposito dei risultati dell'indagine. Pertanto, i voti dei figli del sottoproletariato in matematica e tedesco sono in media inferiori di almeno un punto a quelli dei bambini di una classe sociale superiore. Per le ragazze, la differenza è ancora più grande ed è pari a 1,4 punti.

Se si dovesse stabilire anche per questo paese un legame tra la scelta del nome e l’identità di classe (socioeconomica) dei genitori, che è quello da cui probabilmente si doveva partire, i presunti pregiudizi, che le insegnanti avrebbero contro Kevin e Chantal, si potrebbero ricondurre al fatto che in media i Kevin e le Chantal effettivamente ottengono risultati peggiori - ma solo in media, perchè sui "Kevin" e le "Chantal" in classe non è stato detto ancora nulla. La supposizione che lo studio di follow-up a prima vista sembra confermare, che indica che gli insegnati hanno pregiudizi nei confronti di alcuni nomi, non incide significativamente sulla valutazione del lavoro reale.

In breve, penso che non sia improbabile che gli effetti presi in esame non siano altro che l’espressione del legame fondamentale - e da tempo noto - tra le possibilità educative dei bambini e lo status socioeconomico dei genitori. Ciò presuppone, tuttavia, che - come Levitt ha dimostrato in modo piuttosto convincente per gli Stati Uniti - anche in Germania ci sono "nomi da precariato" (in mancanza di un termine migliore), una questione alla quale, tuttavia, io ad hoc non potrei trovare nessuno studio. Ma forse qualcuno a questo proposito sa qualcosa in più ...

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Hängen gute Noten wirklich vom Vornamen des Schülers ab? 09/06/2010 09:28

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