Calcio e nazionalismo: smettiamola di aver paura della bandiera tedesca

Pubblicato il da Rossella Cadeddu



[caption id="attachment_2622" align="alignnone" width="479" caption="Foto Jorbasa / Barbara – con licenza Creative Commons "][/caption]

Nel cuore della maggior parte dei contemporanei della sinistra e della sinistra liberale la sovrabbondanza di nero-rosso-oro, che dal 2006 appare nelle le strade in occasione della Coppa del Mondo e del Campionato Europeo, è causa di inquietudine interiore. Eravamo contenti che in Germania non ci fosse da rilevare un orgoglio nazionale genuino, che la bandiera rimanesse relegata a qualche manifestazione ufficiale, e che la maggior parte della gente non avesse avuto nemmeno per un attimo l'idea di dipingersi il viso con i colori nazionali. Dal 2006 tutto è cambiato di colpo, e ora i colori della RFT sono parte dell’ambiente dei due importanti tornei calcistici tanto quanto la birra al pub. Naturalmente, non mancano le voci ammonitorie che considerano questa tendenza come una minaccia, il primo passo verso un nazionalismo sciovinista che ha portato già, secondo questa interpretazione, alla prima guerra mondiale. Tuttavia io non vedo affatto questo pericolo.

Sventolare le bandiere, indossare le maglie, truccarsi con i colori nazionali - tutto questo non è espressione di un nuovo orgoglio nazionale, così come non lo era stato nel 2006. I corrispondenti tentativi di strumentalizzazione sono falliti. Il tentativo di trapiantare questa "disposizione d’animo positiva" alla politica e di associarla con qualcosa di diverso dal calcio, non è riuscito. Di qui anche la rapida scomparsa degli oggetti kitsch nero-rosso-oro alla fine delle rispettive coppe. E’ un po' come la notte di S. Silvestro, solo che allungata per due settimane: si comincia con i botti già uno o due giorni prima e si esaurisce il resto allo scoccare del primo Gennaio. Nonostante ciò, i fuochi d'artificio non si sparano tutto l’anno. Lo stesso vale per il culto del nero-rosso-oro.

In realtà, questa è una tendenza di moda, seppur molto forte. Lo spirito di unità che ne consegue ha sicuramente un grande fascino, ma - e questo è dimostrato dall’ormai terzo campionato con i colori nero, rosso e oro –non va oltre il calcio. L'entusiasmo per la "Schland"1 non è paragonabile in alcun modo a quello per la Repubblica Federale di Germania e per il suo sistema politico. Tutti gli sforzi fatti nel 2006 e nel 2008 per strumentalizzarlo, sono falliti. E di conseguenza, anche quest'anno manca il giusto entusiasmo; Westerwelle2 finora non si è abbassato nemmeno una volta a fingersi tifoso di calcio e a esultare in Sud Africa, cosa che era ancora un dovere politico nel 2006.

Perciò ritengo che tutta questa agitazione tanto da destra quanto sinistra per le bandiere che sventolano, sia esagerata. I tedeschi non stanno né diventando “normali”, secondo l’idea dei conservatori, trasferendo l’entusiasmo per i simboli nazionali sul petto dei giocatori di calcio ai simboli nazionali sulle spalle dei soldati, e né abbiamo intenzione di marciare di nuovo tutti al passo verso un'epoca di imperialismo. La "Schland" è un paese di fantasia in cui la maggior parte dei tedeschi va per due settimane ogni due anni, dove si fa una grande festa e si lascia poi il compito di fare ordine ai cronisti di gossip eccitati, mentre tutti gli altri ripongono in cantina gli oggetti kitsch nero-rosso-oro.

N.d.T

1. "Schland": durante il Mondiale i tifosi tedeschi hanno inneggiato alla loro nazione con un canto che al posto di “Deutschland” recitava “Schland”, che ne è l’abbreviazione.

2. Westerwelle: politico tedesco, capo del partito liberal-democratico (FDP). Attualmente è vicecancelliere e ministro degli Affari Esteri della Germania.

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