Controllo di polizia e tentativo di seduzione

Pubblicato il da Sara Gianfelici

Foto: Rama, Wikimedia Commons

Controllavamo delle auto lungo un viale che era abbastanza ampio da poterne far fermare due o tre senza intralciare il traffico. Ognuno di noi si occupava di un’auto e del suo conducente, era un compito assolutamente di routine che svolgevamo in modo quasi meccanico. Patente, libretto di circolazione, certificato di assicurazione, quando tutto era in regola, il controllo era rapido. A volte un piccolo richiamo all’ordine per delle cinture di sicurezza dimenticate, e comunque qualche contravvenzione, quando era il caso..


Stavo quindi verificando i documenti dell’automobilista quando la mia attenzione è stata attirata verso il mio collega che controllava l’auto che aveva fermato qualche metro davanti a me. Era stranamente immobile, con le braccia che gli ballavano davanti al vetro abbassato. Nessun cenno di movimento, come ipnotizzato, non parlava nemmeno, e aveva un’aria completamente sconvolta.


Ho fatto qualche passo per avvicinarmi, sempre coi documenti e con in mano il mio taccuino dei PV (verbali, NdE), per provare a vedere qualcosa e cercare di capire la situazione. Ho visto le sue sopracciglia a forma di accento circonflesso e il suo sguardo sgranato nella direzione dell’abitacolo dell’auto, e mi è presa una strana inquietudine. A cui è subito seguita una sorda angoscia.


In una frazione di secondo la mia immaginazione ha elaborato tutta una serie di scenari terribili. Il conducente era morto. C’era un morto accanto al conducente. C’era qualcosa di spaventoso nell’auto, un animale, forse, un rettile probabilmente, per essere capace di mettere il mio collega in quello stato di catalessi. Un rettile enorme. O allora era in preda ad un malessere, in piedi, fulminato da una specie di crisi paralizzante, e si sarebbe accasciato come un burattino.


Oppure ancora, si stava facendo braccare, discretamente, in modo subdolo, da un’arma che non potevo vedere. Ed è questo presentimento che si è imposto nella mia mente quando ho cominciato a camminare lentamente verso l’auto, il cuore che batteva all’impazzata, e la mano sul calcio della pistola d’ordinanza.


Soprattutto, bisognava che il conducente non mi vedesse, e ho fatto in modo di andare avanti nell’angolo cieco del retrovisore. Il mio collega aveva sempre gli occhi fissi e lo sguardo ebete, e non mi vedeva. E io continuavo a non riuscire a vedere il conducente per via dei riflessi sui vetri, e non osavo parlare al mio collega per paura di scatenare chissà che cosa.


E poi, alla fine, ho visto. Una scena alla quale non avrei mai creduto di dover assistere un giorno... Una donna, con la gonna tirata su, molto in alto sulle gambe, che, con mano esperta, si accarezzava la coscia con grande impegno, fino a far scomparire la mano sotto il tessuto ad ogni va e vieni.


"Aaaaah!" ho gridato. I due hanno fatto un salto come se fosse appena scoppiata una bomba tra loro due, e il mio collega mi ha guardato con l’aria di uno che è stato appena svegliato con un secchio d’acqua fredda.


"Eh... è un difetto nell’assicurazione...” mi ha detto con una voce che assomigliava a un miagolìo.
"Ah però! Un difetto nell’assicurazione? E così tenta di frodare il tesoro pubblico?"


Lei aveva effettivamente messo in atto un frettoloso tentativo di seduzione del tipo "Signor poliziotto, ci si può mettere d’accordo". A volte capita. E c’era quasi riuscita. Quasi...


"Toh, per favore, mi puoi andare a recuperare il taccuino dei verbali nell’auto posteggiata là? Gliel’ho gettato sul cruscotto per disattenzione, e ho tenuto i suoi documenti. Puoi andarci in tutta tranquillità, non è una trappola."


E ho ripreso la storia di lui, dall’inizio.


"Buongiorno signora, polizia di stato, favorisca i documenti relativi alla guida del veicolo, per favore."
Alcuni attimi e alcuni digrignamenti di denti dopo, lei ha alzato ancora una volta la gonna, ma per accucciarsi meglio dietro la sua auto, per pulire la targa di immatricolazione.



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