Fratelli umani, cosa ci sta facendo diventare, Twitter?

Pubblicato il da Sara Gianfelici


[caption id="attachment_7916" align="alignright" width="320" caption="Il replicante Roy interpretato da Rutger Hauer in Blade Runner"][/caption]

A forza di vita irreale, forse un giorno diremo alle persone IRL [NdT: In Real Life, nella vita reale]: ho visto tante cose che voi, umani, non potrete mai vedere"... Questa settimana ho twittato a due riprese questa riflessione personale, ispirata alla scena finale del film Blade Runner. E ha fatto germogliare l'idea, la voglia di scrivere di questo post: "Adoro ripetermi nel rumore dei nostri bisbigli, predicare Philip K. Dick nel deserto confuso della twittosfera".

Predicare? Sì, perché no. Perché, cari fratelli umani, mi interrogo sempre di più: ma cosa ci sta facendo diventare, Twitter? Dei "replicanti" digitali forse… Come un medium che abbozzava uno dei nostri futuri possibili nei suoi libri ucronici, il geniale Philip K. Dick l'aveva predetto in "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?"[NdT, titolo originale: Do Androids Dream of Electric Sheep? In Italia esistono tre traduzioni diverse, ciascuna con un titolo diverso], il formidabile romanzo di fantascienza che è servito da base alla sceneggiatura del Blade Runner di Ridley Scott: un giorno senz'altro sarà impossibile per noi distinguere l'uomo dalla macchina, gli esseri reali dai loro simulacri.

Questo giorno è forse arrivato nell'anno di grazia 2010: l'anno in cui internet ha cominciato a seguirci ovunque in tempo reale, facendo di noi dei mutanti in connessione continua. Apro gli occhi affaticati da questi giorni e queste notti online e penso proprio che noi, adepti accaniti del "social" network Twitter, ci stiamo forse confondendo con i nostri avatar, le nostre identità digitali in questo mondo parallelo. Twitter prende sempre più posto nelle nostre vite, fino a renderci assenti dal reale, da noi stessi. Guardatevi, guardateci, ipnotizzati dal fiume di parole, informazioni, pensieri ed emozioni che sfilano sui nostri schermi touch.

L'unica cosa che ci ossessiona è: cosa sta succedendo adesso, là, nella "twittosfera"? Cosa si dice, qual è la news, il LOL del giorno? Sono stato citato? Ripreso per questo post, questo link inedito o questo motto di spirito? Ho ricevuto dei DM [NdT: Direct Message, messaggi diretti su Twitter], questi messaggi privati che ci avvicinano tra twitteraddict (detesto l'anglicismo un tantino volgare del termine "twittos") [NdT: twitto è un framework che sta in 140 caratteri perciò in un tweet, creato in Francia e di pubblico dominio]? Cazzo, devo ancora risalire 6 ore di time line per essere sicuro di non essermi perso qualcosa…

Camminiamo per strada o prendiamo la metro senza vedere la gente; a casa guardiamo dei film in famiglia senza esserci, con l'aria distratta o gli occhi riversi sull'iPhone; parliamo di meno alla gente che ci ama ancora per davvero, a fianco a noi, per tessere strani legami d'amicizia, anzi amorosi con degli sconosciuti che diventano nostri intimi; in ufficio i veri colleghi non sono attorno a noi nell'open space, ma su Tweetdeck perennemente aperto sullo schermo delle nostre postazioni di lavoro…

Ho già richiamato la mia dipendenza, la nostra, in quest'intervista: "Twitter è una droga pesante per i giornalisti" e anche in questo post "Essere o non essere un giornalista-tweet". Ma sei mesi fa, un anno, un'eternità nella scala del nostro mondo di micro-blogging, concepivo quest'uso compulsivo del messaggio in 140 segni unicamente come strumento professionale. Non avrei mai creduto che mi sarei immerso fino a tal punto nei limbi virtuali della "TwittRealtà".

La mattina presto, mentre sale ancora il caffè, accendo il mio PC e i vostri bisbigli mi accolgono. Dico "Bonjour Twitterland" e comincio a twittare la mia rassegna stampa, i miei link - cioè quel di cui sarà fatta la mia giornata di giornalista. Ma la cosa più importante, la più rassicurante, forse, è che siete tutti lì. Come tutte le mattine. Voi, che vegliate infaticabili e compulsivi, confratelli e amici, i "LOLatori", gli animali notturni e gli infaticabili perlustratori del Web. Mi piace leggere i vostri pensieri in 140 segni, mi piacciono tutte le vostre parole, questi frammenti di esperienza e di umanità, mi accompagnano di giorno e di notte... ma mi allontanano anche dalla vita vera. Anche se ci si incontra a volte IRL [NdT: In Real Life]. E che si fanno dei veri incontri professionali e umani.

Allora, regolarmente, provo a sganciare, senza molto successo. "Twitter è come il crack, mi spaventa" ha scritto un blogger del New York Times. È la verità. Voi, i twitteraddict, voi l'avete tutti provata e adottata, questa sostanza dopante della connessione continua real time… E dopotutto, perché resistere a questa formidabile esperienza virtuale? È affascinante costruire un'altra realtà, un mondo parallelo, che paradossalmente fa presa col reale, dall'alto del quale osserviamo l'attualità in movimento, la piccola storia e quella grande mentre stanno accadendo. Ecco d'altronde quello che mi si faceva notare l'altro giorno su Twitter:"Ma è per questo che scrivo sotto pseudonimo, lui è reale, io no! Quello che dico qui è quindi la realtà".

Dov'è la vita vera? Irreale e IRL (gioco di parole basato sulla pronuncia in Francese di questi due termini, Ndle)… Le due realtà si confondono e si intrecciano in modo sempre più inestricabile. Forse siamo dei transumani, che si stanno fondendo con la rete grazie ai nostri pseudopodi [NdT: gioco di parole tra la biologia e l'High Tech, vedi Wikipedia] digitali — smartphone, tablet e altri laptop — che diventano come dei prolungamenti di noi stessi. E se Philip K. Dick l'aveva predetto più di 40 anni fa, un altro veggente estremamente lucido, Michel Houellebecq di cui leggo in questo momento "La Carte et le Territoire" [NdT: pubblicato in Francia lo scorso 8 settembre 2010, ed. Flammarion], lo constata oggi clinicamente e senza affetto:"Mentre le specie animali più insignificanti ci mettono migliaia, milioni di anni a sparire, i prodotti manufatti sono radiati dal globo nel giro di qualche giorno. Anche noi saremo colpiti dall'obsolescenza".

Forse stiamo semplicemente mutando, ci stiamo evolvendo per accompagnare la grande rivoluzione digitale. Per non essere colpiti da obsolescenza. Per sopravvivere. Senza diventare delle macchine, né con ciò rinunciare alla nostra umanità. Allo stesso modo in cui Roy, il replicante Nexus di Blade Runner, cercava disperatamente di diventare umano, noi cerchiamo di stabilire su Twitter e altrove una connessione intuitiva neuronale e quasi biologica con Internet. Questo organismo vivente che sta diventando il World Wide Web, che sta trasformando il mondo in un villaggio globale digitale, inondandolo di una moltitudine di dati digitalizzati come un cuore che pulsa un fluido vitale attraverso un'immensa rete di vasi sanguigni fatta di rame e fibre ottiche... (cercate l'auto-plagio)

Per concludere questo post un po' allucinato, non resisto al piacere di offrirvi la scena finale di Blade Runner. Roy, il replicante che voleva essere un uomo: "Ho visto tante cose che voi, umani, non potreste credere, delle grandi navi in fiamme che sorgevano al largo dei bastioni di Orione…"

Ndle: nota dell'editore.

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