Google Street View: degenera la polemica sulla pixelizzazione

Pubblicato il da Rossella Cadeddu

[caption id="attachment_7995" align="alignnone" width="576" caption="Foto: Trey Ratcliff / Flickr / CC "][/caption]

Finalmente Streetview è online. La mia casa non è stata pixelizzata, a parte l’asilo nido al piano terra – la casa che visiterò prossimamente. La pixelizzazione è davvero odiosa. Per giorni, anzi no, settimane mi sono tormentato per farmi un’opinione. Capisco molto bene il diniego di un Jeff Jarvis, capisco la rabbia di Michael Seemann e l’azione di Jens Best,  di fotografare successivamente le case scomparse, che tra l’altro è legale. Nonostante ciò non riesco ad approvarle e me ne dissocio.

Don Alphonso ha proprio ragione su una cosa: è totalitaria l’idea di fondo di Google di rendere reperibile tutto e tutti, ed è totalitaria l’idea di voler costringere gli obiettori di Street View per il loro bene. Su Streetview non ci si iscrive volontariamente come ad esempio su Facebook. La sfera privata comprende tra le altre cose il diritto dell’individuo di essere lasciato in pace – un aspetto che nel dibattito sulla perdita del controllo non viene quasi menzionato e anzi,  al contrario viene trasformato nel suo opposto. Le immagini di Streetview purtroppo non sono come le istantanee di un turista. Personalmente non ho nessun problema con Streetview – penso che il servizio sia magnifico e ritengo che la pixelizzazione di antichi edifici berlinesi a 5 piani sia piuttosto stupida. Inoltre tra parentesi sono alla ricerca di casa e trovo molto pratico poter guardare in anticipo gli indirizzi con Streetview.

Tuttavia: gli oppositori di Streetview credono che Streetview sia una forma di pubblicità. Non lo è. Streetview è Google, niente di più e niente di meno. Google può manipolare il servizio quando vuole, renderlo a pagamento o disattivarlo. Naturalmente le facciate delle case sono pubbliche e visibili da tutti, cosa che però non cambia il fatto che sulla base di queste foto si possano trarre conclusioni vere o false sulla mia persona – in particolare nelle piccole città fotografate da 3 metri d’altezza o nelle villette unifamiliari. Alla fin fine la decisione di voler vedere riprodotta la facciata della propria abitazione su Streetview oppure no, dovrebbe essere lasciata all’individuo – così come lo stesso ha preso la decisione o di essere o meno sull’elenco telefonico. Lo spazio pubblico rimane completamente intatto – nessuno blocca le strade e le piazze o ci nega l’accesso.

Non dobbiamo chiamare in causa i famosi ladri per l’avversione a Streetview,  la questione va ben oltre. La raccolta in massa dei dati prima, la possibilità di data mining poi e gli onnipresenti esperimenti degli Stati e dei grandi gruppi industriali, in base a tutti i dati immaginabili e non, danno come risultato una nuova consistenza a dati di per sé completamente innocui. Le immagini di Streetview potrebbero appartenere potenzialmente a questi dati. Dovrebbe stare all’individuo decidere quante informazioni voglia mettere a disposizione.

Vediamo ovunque in rete come i confini tra la sfera pubblica e quella privata stiano scomparendo e abbiano bisogno di un concetto di pubblicità graduato. Si, questo riguarda anche le facciate delle case. Ritengo che Streetview crei relativamente pochi problemi, ma capisco che altre persone vedano la questione in modo diverso e ma pretendo anche la stessa tolleranza da parte di coloro che escono per fotografare le case. Secondo il mio parere gli abitanti non dovrebbero dover spiegare il perché vogliano celare le proprie case, al contrario è Google o noi “cittadini della rete” a dover spiegare perché non possano farlo. I giudizi estetici non dovrebbero avere nessun ruolo in questo caso.

Non importa quale motivo gli oppositori abbiano per la richiesta di pixelizzazione o che non ci sia una legge contro Streetview – il rifiuto di essere ritratti su Streetview, deve essere rispettato a prescindere dall’indicazione di un motivo. Il modo in cui gli oppositori della pixelizzazione hanno sfidato il volere dei pixelizzati, mostra tracce di sottomissione culturale. È arrogante e si, totalitario. Google ha fatto la sola cosa giusta e di propria iniziativa, come compromesso, ha offerto di rendere le cose irriconoscibili.

Ora chi si sottrarre alla vista viene guardato con sospetto, come qualcosa da nascondere e viene diffamato su Twitter come testa matta, borghesuccio, arretrato e anche fascista. Nel rapporto dei “cittadini della rete” con tali oppositori di Streetview compare tuttavia, il tipo di cultura che c’è davvero nella rete. Un’ etica della perdita del controllo progettata da Michael Seemann ha bisogno  del filtro sovrano dei superuomini della rete. Ma non è per adesso. Se noi cittadini della rete non riusciamo ad andare d’accordo con i detrattori di Streetview, allora siamo noi che ancora non siamo pronti per Streetview.

Questa è una versione rielaborata e ampliata del testo che appare in ennomane.de.

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