Integrazione e minoranze: vale ancora "ero qui per primo"?

Pubblicato il da Sara Gianfelici

[caption id="attachment_4323" align="alignleft" width="430" caption="Foto di Rachid Lamzah (cc)"][/caption]

La saggezza che percepisce l'uomo che va al bar [citazione da un articolo di George Orwell, rappresentativo di un certo tipo di cittadino e lavoratore Inglese] è che debbano essere le popolazioni di immigranti a integrarsi, a cambiare i loro modi, a imparare la lingua, ad adattarsi allo strano cibo. Però sono una parte molto piccola rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione e non dovrebbero chiedere cambiamenti per farli quadrare coi loro bisogni.

Sono cose del tipo "si fa più in fretta a dirlo che a farlo"; imparare una lingua diversa porta via tempo, cambiare il proprio modo di vestire fa sentire goffi e, davvero, non c'è cosa più difficile che abbandonare il cibo ristoratore della propria giovinezza.



Quando venni per la prima volta in Francia, il solo "cibo inglese" disponibile faceva la sua comparsa sul bancone del mercato una volta a settimana. Il commerciante era sistematicamente in ritardo, il suo banco vuoto faceva da testamento all'abitudine inglese di disporre tutte le cose a vetrina; e quando alla fine arrivava, si faceva avanti un'orda predatoria ad acciuffare barattoli di mostarda, una rarità in un Paese dalle molte dozzine di diverse mostarde; o il cheddar cheese in un Paese dove c'è un formaggio diverso per ogni giorno del mese. Tutto in vendita a prezzi esorbitanti.

Il banco del mercato lasciò il passo ai negozi nelle città dominate da seconde case di proprietà di Inglesi, negozi dove un imprudente ‘monsieur/dame, bonjour’ [Buongiorno, Signore/Signora!] al vostro ingresso sarebbe stato salutato da un rigido ‘Good Morning’ tanto per precisare che qui non ci sarebbe stato spazio per nessuna assurdità francese. Sui ripiani erano disposti in fila il grasso Atora [la sugna, o grasso di rognone, di consumo tipicamente inglese], da preferire infinitamente al grasso fresco per il quale ci sarebbe stato bisogno di ricorrere ad un boucher francese, un macellaio; il molle pane bianco Mother’s Pride, e il granulato per sugo pronto Bisto….

Alla fine i supermercati acquisirono dapprima una piccola sezione dello scaffale per quei prodotti inglesi, poi un'intero reparto. Adesso affiancano i reparti con scritte in Francese e Inglese per chi non riesce a capire che "Thé" è il tè, e "Café" il caffè. Perfino le pubblicità degli altoparlanti sono annunciate in Inglese e Francese. Temo che i Francesi guardino a questa evoluzione con lo stesso sospetto e risentimento di quando gli Inglesi salutarono le scritte stradali in Polacco.

Ovviamente, in questo caso ci sono forze di mercato in gioco. Molto semplicemente, il mercato fa qualunque cosa sia possible per attirare un'ampio settore di potenziali clienti. Ma cosa succede quando un settore di clientela diventa numericamente maggiore della popolazione locale? Lo hanno appena scoperto a Flushing, New York.

La popolazione locale di Flushing è costituita perlopiù da anziani, e perlopiù si tratta di nuclei familiari di una persona sola. Non mangiano molto. Un pezzo di pollo qui, una fetta di torta di mele là. Non bastava più per tenere in piedi il supermercato Key Food che era l'ultimo servizio di fornitura rimasto per i loro gusti. Ogni altro negozio è asiatico, sia per produzione e sia per conduzione.

I negozi asiatici fanno da mangiare per gran parte della popolazione di Flushing, che sta appena imparando l'Inglese e che si dimostra riluttante ad abbandonare l'alimentazione della propria giovinezza. A queste persone piacciono i tipi di pasta orientale e il Bok Choy. Trovano che sia anche più semplice da comprare, se le scritte sono in Cinese. I negozianti sono compiacenti.

Le drogherie non sono la sola fonte di tensione. I residenti si lamentano anche delle scritte cinesi e coreane sugli esercizi commerciali come le farmacie e i servizi di trasporto privati. Queste scritte non vengono tradotte in Inglese, perciò i residenti non sanno se lì si vende qualcosa o se c'è un mezzo che vada dalle loro parti.

Ora, la burocrazia si sta insinuando nelle richieste ai commercianti affinché appongano delle scritte identificative in Inglese sul cibo, e tengano in magazzino scrote di cibo "locale" per la popolazione più anziana che non ha abbastanza capacità per spostarsi altrove, né abbastanza dimestichezza con internet per fare acquisti online.

Certo, nel Regno Unito avrebbe fatto scalpore, se la burocrazia si fosse insinuata chiedendo agli esercizi di privati di tradurre le scritte in Punjabi o di prendere in magazzino "obbligatoriamente" un certo tipo di cibo.

Farà altrettanto scalpore se si renderà necessario proteggere una popolazione minoritaria se quella minoranza è indigena inglese, o indigena francese?

Cosa significa integrazione, che la minoranza si adegua alla maggioranza, o è solo una questione di "chi era qui per primo"?

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ilaria 08/22/2010 03:30

Ciao anna,
ho letto ciò che hai scritto, hai detto tante verità come il fatto che non è facile integrarsi in una realtà tanto diversa da quella a cui si è abituati, ma è altrettanto vero che diviene più difficile se la popolazione locale non ti rispetta come essere umano e ti guarda con sospetto.Ma non è questo l'argomento principale, per quanto riguarda l'integrazione penso che valga per ora la legge del più forte, nel senso che si deve fare ciò che dice colui che ha maggiore potere, solitamente quindi lo stato in cui si va a vivere. Per avere una buona integrazione però si potrebbe arrivare a dei compromessi che penso siano già stati sperimentati da tanta gente che ha lasciato la propria terra. La chiave sta nel non essere presuntuosi, ma accettare da una parte il cambiamento come qualcosa che può farci migliorare culturalmente e umanamente dall'altra non imporre i propri usi e costumi ma cercare di attuare una simbiosi positiva.
Quindi nn credo che ne la minoranza debba adattarsi alla maggioranza e viceversa, bisogna solo andarsi incontro, e capire di cosa necessitano entrambe le parti.E' un utopia, lo credo bene, visto anche il degrado della nostra società dove troppo spesso si dimentica il significato di civiltà e rispetto, ma spero che questa utopia un giorno possa divenire più concreta.