Premio Goncourt 2010 in Francia: e il vincitore è…Houellebecq

Pubblicato il da Sara Gianfelici

Ogni giorno potrebbe essere quello giusto per l’annuncio dei risultati del Premio Goncourt, i cui recenti vincitori, devo dire, sono stati a mio parere più interessanti del  [premio] Man Booker nel Regno Unito. Un titolo che sta riscontrando molto favore è il nuovo romanzo dell’enfant [beh veramente di anni ne ha 53] terrible Michel Houellebecq, La carte et le territoire. La motivazione terra terra è che (e i premi letterari di questo tipo di solito sono attorno a ragioni terra terra) vincerà perché (a) è atteso da molto tempo (b) è da matti che uno dei romanzieri francesi più letti nel mondo non l’abbia vinto e (c) di riffa o di raffa [NdT: nel testo originale Inglese, Buggins’ turn] è la volta di Flammarion, visto che è questo il modo in cui funzionano i premi letterari francesi, e Houllebecq è il loro pezzo forte, questa stagione. La motivazione contro è che (a) Houellebecq è troppo politicamente scorretto (b) ha reso tristi troppe persone e (c) la Questione Ben Jelloun. Quest’ultima è l’unica che conta. Nella sua consueta colonna in un giornale italiano, il romanziere francese nordafricano Tahar Ben Jelloun (che ammiro molto di più di Houellebecq) ha sparato a zero sull’ultimo romanzo di Houllebecq dicendo di aver sprecato 3 giorni della sua vita a leggerlo, e che questo trucco di inserire della gente reale nella narrativa rivelava semplicemente una mancanza di capacità inventiva. Ben Jelloun conta perché fa parte della giuria del Goncourt.

Beh, allora che ne è del romanzo in sé? L’ho trovato scritto meglio dei suoi romanzi precedenti, sia a livello della prosa, sia nella costruzione più compatta. Alcuni l’hanno trovato meno palesemente provocatorio e, cosa anche più sorprendente, è quasi equo tra le parti. C’è anche una quasi totale assenza di sesso, che è una evoluzione in meglio per i libri. Credo che questi critici che da ciò traggono che abbia perso il fuoco sacro non abbiano ragione, e che le vecchie provocazioni sono tutte lì anche se vengono un po' meno spiattellate in faccia. L’Houllebecq che amiamo, mordace, selvaggiamente compassato nelle sue pungenti satire è molto evidente, e l’ho trovato molto divertente per questa ragione. Sì, inserisce se stesso nella narrativa ma non per una qualche astuta posa meta-narrativa. Lo fa, parodia se stesso come uno sciattone puzzolente che non si lava in un orribile bungalow in Irlanda, che si nutre di salumi che costano poco, che tracanna vino sudamericano da poco e che è fondamentalmente intrattabile e non piacente. E’ un vecchio trucco ma funziona. Il libro fa parodia del mercato d’arte contemporanea attraverso il suo personaggio principale Jed Martin, un artista con un alone da maestro attorno a lui, e mira anche ad una serie di obiettivi Houellebecquiani come il suicidio assistito, la cremazione, le linee aeree "intrinsecamente fasciste" ecc. ecc.

E’ anche un libro sul fatto di invecchiare e morire, sui suoi soliti grandi temi, ed è a proposito di ADESSO. Adora descrivere, con un’accuratezza tossica, la mediocrità di così tanta gente nel mondo contemporaneo. Gran parte della sua "provocazione" risiede nella sua incapacità di lodare ciò per cui sappiamo che non dovremmo essere lodati, ma che è invece una cosa che si verifica regolarmente. Sfortunatamente non vi posso dire cosa succede nella terza ed ultima sezione del romanzo perché rovinerà il vostro divertimento, ma è costruito in modo brillante ed è divertente. Mi ha fatto pure pensare che potrebbe avere un futuro come autore di romanzi polizieschi. Ma probabilmente non vincerà il Premio Goncourt.

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