No al "discours" razzista francese!

Pubblicato il da Alessandro Bortolazzo

Sebbene mi consideri britannico, dato che ho sempre vissuto qui, possiedo la doppia cittadinanza. Se lo volessi, potrei chiedere di godere dei benefici della cittadinanza francese. Fino a poco fa ho sempre pensato che il mio lato britannico e quello francese non fossero in conflitto fra loro, e che avrei potuto vivere tranquillamente sia in Francia che in Gran Bretagna.

Non è più così.

[caption id="attachment_5586" align="aligncenter" width="455" caption="Deportazione/persecuzione dei rom = fascismo / Ieri i giovani delle banlieue / Poi i sans papiers / Oggi i Rom / Domani voi? Dite no!"]"][/caption]

C'è qualcosa che non va in Francia e temo che la situazione stia peggiorando. Direi, senza mezzi termini, che la politica francese è sempre più tesa, aggressiva e intrisa di razzismo. Non si può che guardare con profonda preoccupazione ai possibili sviluppi di questa storia.

La mia affermazione va qualificata. La politica francese parte da presupposti molto diversi, oltre ad avere una storia profondamente diversa, rispetto a quella britannica. Semplificando la questione, la cittadinanza britannica ruota attorno a dei requisiti base come l'obbedire alla legge, il pagare le tasse e il condurre un'esistenza produttiva ma in fin dei conti privata. La cittadinanza francese si basa invece su una tradizione repubblicana di matrice rivoluzionaria, costellata da periodiche rivolte sociali. Agli occhi di molti francesi la cittadinanza è incentrata sull'individuo. Nel loro paese ci si aspetta che una persona si conformi a certi principi fondanti propri della Repubblica, la quale garantisce la libertà e la protezione che permettono agli individui di essere cittadini anziché, appunto, sudditi. Ma i cittadini francesi non sono dei semplici cittadini. Sono francesi.

A questo atteggiamento sono legate delle specifiche esperienze storiche risalenti al 1789 e alla rottura rivoluzionaria con l'ancien régime. Particolarmente importante, almeno in teoria, è la netta separazione tra stato e chiesa, per cui essere francesi vuol dire mettere la religione in secondo piano. Ancora più significativa è l'esperienza della decolonizzazione postbellica. Se per la Gran Bretagna si può parlare di un'angoscia postimperiale di lunga durata, in Francia la fine del colonialismo è stata traumatica. In particolare, la perdita dell'Algeria in seguito a una guerra civile brutale e sanguinosa non è ancora del tutto accettata. E le comunità francesi di arabi musulmani di origine nordafricana (tra i quali i tassi di criminalità e disoccupazione sono statisticamente molto elevati) sono lì a ricordare alla nazione il declino postcoloniale e l'umiliazione subita.

Detto questo, è decisamente preoccupante constatare fino a che punto in Francia le politiche razziali siano diventate mainstream. Come molti sapranno, la settimana scorsa la politica francese delle deportazioni "volontarie" di rom è finita sulle prime pagine di tutti i giornali. Il presidente Sarkozy e i suoi ministri non hanno per niente apprezzato le critiche dell'UE e il confronto con le deportazioni di ebrei verso i lager nazisti messe in atto dal regime di Vichy, e questo è in parte spiegabile dal fatto che la rimozione delle responsabilità del governo fascista e filonazista degli anni '40 ha avuto un ruolo molto importante nella ricostruzione psicologica postbellica della Francia.

La deportazione dei rom è tanto più scioccante quanto più si considera che si tratta di una politica ufficiale del governo francese. Come gli arabi e i mussulmani d'oltralpe potrebbero confermarvi, non è la prima volta che l'amministrazione Sarkozy cerca di distogliere l'attenzione dalle critiche e fronteggiare sondaggi sfavorevoli sparando su una qualche minoranza non troppo amata. Il fatto che, a soli 70 anni dal complice coinvolgimento francese nell'attuazione dell'olocausto, la deportazione ufficiale di persone selezionate secondo un criterio "razziale" da parte di un governo di destra altrimenti impopolare venga portata avanti con un certo successo, dovrebbe essere un campanello d'allarme.

L'allontanamento dei Rom è solo il più recente esempio di sdoganamento francese della "racial politics". Questo graffito comparso nella metropolitana parigina riassume bene la questione.


Con "giovani delle banlieue" si fa riferimento alle rivolte scoppiate nel 2005 dopo che due ragazzi parigini in fuga dalla polizia si erano rifugiati in una cabina elettrica per morirvi fulminati. In una città dove la brutalità della polizia locale nei confronti degli arabi francesi è ben nota, quando si è venuto a sapere che i ragazzi erano di origine nordafricana è esplosa la polveriera. A pochi giorni di distanza da quel "feccia" con il quale l'allora ministro degli interni Nicolas Sarkozy aveva apostrofato i giovani disperati parigini.

Dal 2007 il governo Sarkozy ha risposto alle tensioni etniche spingendo l'acceleratore su politiche razziali di destra, molte delle quali prese a prestito dal fascistoide Front National. La messa al bando dell'estate scorsa del velo integrale musulmano nascondeva, sotto la foglia di fico del secolarismo francese, un attacco indiretto alle minoranze arabe. Ma la normalizzazione del discorso razziale che sta avvenendo in Francia è inquietante anche sotto un altro punto di vista. Nella bella società sembra che per l'opposizione di sinistra sia del tutto legittimo cercare di confutare la teoria che i musulmani non siano abbastanza "integrati" confrontandoli ai cosiddetti "ebrei non integrati". In Inghilterra non credo che sarebbe accettabile, all'interno di un dibattito politico serio, fare affermazioni di questo tipo sugli ebrei: "controllano tutto", "si sposano tra di loro", "escludono gli altri e pensano solo al proprio bene", "non sono integrati ma, visto che molti uomini di potere sono ebrei, godono di molti privilegi". Asserzioni come queste scaturiscono dal tentativo di dimostrare che gli attacchi del governo contro i musulmani non hanno niente a che fare con l'assimilazione in chiave secolare ma sono puro e semplice razzismo. Tuttavia, alla luce dell'olocausto, la normalizzazione di questo tipo di discorso razziale è certamente allarmante.

In momenti come questo è importante non abbandonarsi ad isterismi. La Francia non sta per intraprendere una battaglia razziale all'ultimo sangue. Ciò non toglie che la situazione attuale sia piuttosto inquietante. Con un tasso di disoccupazione del 10% (ancora più alto tra i giovani e le minoranze etniche) la Francia già si trova in difficoltà economiche. Come quella di altri paesi sviluppati, anche l'economia francese nell'immediato futuro potrebbe trovarsi in un'impasse, il che aggraverebbe le tensioni sociali.

La storia ci insegna che le politiche di estrema destra non si contrastano assecondando i loro sostenitori. Cercando di emularle, finisce che i partiti di estrema destra incitano gli elettori a togliere di mezzo l'intermediario e la politica dell'odio e della divisione prende il sopravvento. La Francia ha già visto (nel 2002) il fascista Jean-Marie Le Pen arrivare al ballottaggio delle elezioni presidenziali. Ma alla fine è la destra di governo di Sarkozy a usare come capitale politico la deportazione di minoranze etniche indesiderate e la più sfacciata demonizzazione delle comunità arabe.

Di questo passo dove si rischia di arrivare?

Dire non!

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