Spagna: il crollo del diritto allo sciopero
[caption id="attachment_3949" align="alignleft" width="300" caption="Foto de CNT, su Flickr. Licenza Creative Commons"]
[/caption]Si fa ogni giorno più generale, e soprattutto dal pulpito dei mezzi di comunicazione, la tendenza a criminalizzare gli scioperi, indipendentemente dalla loro legittimità.
E' ormai un'abitudine impiegare ad ogni misura di forza, luoghi comuni quali: “Le rivendicazioni perdono legittimità, nel momento in cui i lavoratori entrano in sciopero“. Questo accade specialmente quando l'intransigenza e l'immobilismo imprenditoriale provocano una radicalizzazione della protesta. Questo slogan é stato accettato e adottato anche tra le file di sinistra.
Viene prima, quindi, la manovra calcolata per qualificare lo sciopero, per cercare gli epiteti adatti. Scegliendo tra “selvaggio” e marcarlo bene in negretto o “ostaggi” per riferirsi a chi soffre le conseguenze dirette dello sciopero, sapendo che la fragile opinione pubblica é fin troppo permeabile a questo tipo di sistematizzazioni per riduzione e si beve tutto quello che legge o ascolta.
E non mi sorprende affatto questa progressiva ossessione per castrare un diritto fondamentale, forse l'unico che resta effettivo per la difesa dei lavoratori. Stanno, infatti, smontando come se si trattasse di una costruzione di Lego, lo Stato di Benessere senza trovare opposizione. E non c'è da meravigliarsi se scarseggia la clemenza di fronte all'arma più potente in dotazione ai lavoratori. Quando si tratta di difendere il sistema, tutti i meccanismi devono essere appositamente lubrificati.
Chi pensa, tuttavia, che gli imprenditori di questo paese abbiano ceduto di fronte alle conquiste ottenute in anni di buona volontà, non conosce la storia del movimento operaio spagnolo.
La realtà del mondo del lavoro é diversa e questo é risaputo. Le aziende sono, nella maggior parte dei casi come quei delinquenti recidivi che al momento di fare i conti con la giustizia, presentano già una serie di precedenti a loro carico.
L'inadempimento unilaterale dell'accordo, da parte dell'imprenditore, evento più che abituale, presuppone una semplice attivazione dell'apparato giuridico a sua disposizione e la quasi certezza che il verdetto avrà conseguenze minime e che il tempo giocherà a sfavore del lavoratore. A Siviglia, per esempio, i tribunali sociali possono tardare per risolvere quei che non sono dovuti a licenziamento fino a diciotto mesi. Il lavoratore intanto deve convivere alla bell'e meglio con l'imposizione.
Quando a rompere l'accordo é, invece, il lavoratore, la sanzione applicata dall'imprenditore é immediata e tutto l'apparato burocratico, nuovamente, é disegnato contro di lui. E' come un serpente che si morde la coda.
E la cosa peggiore é la reazione generalizzata della gente, in gran parte lavoratori dipendenti, che finisce per attaccare gli scioperanti, giustificando gli imprenditori, per i quali eludere la norma é un'abitudine. Se continuiamo così, dovremo finire per chiedere i nostri diritti con una letterina ai Re Magi, perché non si estinguerà l'antica usanza di conquistarli con la lotta, come é sempre stato, da che mondo é mondo.
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