Esperanto Me! Viaggiare significa innanzitutto andare incontro agli altri
[caption id="attachment_2281" align="alignleft" width="320" caption="Agnès Maillard (blog il Monolecte) è seduta per seconda partendo da destra"]
[/caption]Non sono capace a mettere dei limiti, e ancora meno mi riesce di rispettarli. Non so mettere limiti al tempo, decidere dell’inizio, della fine. Quand’è che comincia un viaggio? Quando lo si sogna, quando si riceve l’invito, quando si prepara la valigia, quando si chiude la porta dietro di sé, quando si entra in aeroporto? A meno che il viaggio non sia come tutto il resto, la fortuna, l’amore, l’amicizia, la vita: un certo stato d’animo, prima di tutto.
Perciò, non so quand’è cominciato tutto, è solo che a un certo punto mi sono ritrovata nello stato di dispersione che prediligo di più al mondo: sola, sfasata, su una terra incognita dove tutto mi ricorda che sono la straniera, l’intrusa, la turista, la viaggiatrice. Mi piace talmente tanto viaggiare e mi capita così poche volte di poterlo fare, che alimento continuamente questa passione con lunghi viaggi interiori e silenziosi.
Dunque, ho vinto un viaggio in Germania. In effetti, è un po’ colpa di tutti voi, i lettori, fedeli al posto, anche quando io non ci sono, pronti a leggermi, a criticarmi e ad apprezzare le mie piccole storie senza capo né coda. E sono dunque proprio le mie piccole storie senza capo né coda che mi sono valse la premiazione da parte della Deutsche Welle come miglior blog francofono per il 2010. Che in sé non è poi quella gran cosa, se non la meravigliosa possibilità di andare a Bonn per vedere com'è poi davvero un BOB (Best of Blog).
Il mio Tedesco raggiunge le 30 parole di vocabolario e conto di cavarmela benissimo così. Credo che sia lì che comincia veramente il viaggio: quando comprendere gli altri diventa uno sforzo costante e non sempre ben ricompensato.
El Babel Platz
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Duecento nazionalità che si trovano fianco a fianco nell’ex parlamento della Germania Federale, riconvertito in un centro congressi internazionale. Un maelstrom diffuso e continuo di tonalità e di suoni stranamente familiari o decisamente esotici. Quello che l'alterità non ha investito negli abiti, che fanno tanto worldware, lo ha declinato fino all’ultimo soffio nei grovigli dei brusii linguistici con una netta dominanza di una specie di Inglese mainstream.
Quest’anno la Deutsche Welle ha avuto partita facile sulla francofonia. Ho la padronanza perfetta di una lingua che solo io capisco, che solo io possiedo... un monoletto, quindi, insomma nel senso letterale del termine!
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Di tanto in tanto riconosco una parola, anzi più parole, nel parlare di Daniele. La mia boa di salvataggio è Carlos, tutto schiettezza e sorrisi, giornalista per il canale brasiliano della Deutsche Welle, giocherella tra il Tedesco, l’Inglese, il Brasiliano... e il Francese. L’anello mancante tra la mia personcina e il resto del mondo, il nostro google translator su due piedi, la nostra guida, il nostro riferimento. Le connessioni sinaptiche si fanno sempre più veloci, sempre più precise e ho le meningi che si piegano sotto lo sforzo di concentrazione continua. Riesco a reggere oltre un’ora di conversazione in Inglese su argomenti facili del tipo la politica internazionale, il surriscaldamento climatico, il calcio, la morte delle api, la corruzione in Occidente, quella della Françafrique [Franciàfrica, legami e affari politici della Francia con le ex colonie in Africa], la libertà di stampa, le città ecologiche passive in Germania.
Là, mangio con una dipendente dall’amministrazione tedesca che lavora per l’ufficio federale per la lotta contro il surriscaldamento climatico. Parla un Inglese leggermente brusco ed estremamente veloce, come la maggior parte dei suoi concittadini. Quando le rispondo sembro una ritardata mentale.
…/…. Ho ricevuto un premio per la mia padronanza del Francese, ma in questo momento è la padronanza dell’Inglese che viene miseramente meno.
…/…Il mio vicino se ne frega del pianeta e di tutta quella roba. L’unica cosa che vuole sono i soldi, tutti i soldi possibili per comprarcisi tutte le cose possibili. E non è il solo. Su questo pianeta, la maggior parte della gente la pensa come lui: avere più soldi per avere una vita migliore.
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- Sì, ma non è coi soldi che avranno una vita migliore.
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- Facile a dirsi, visto da qui. Qui, la gente ha tutto ciò di cui ha bisogno senza aver bisogno di chiedere: sportelli sempre aperti, carta dei mezzi pubblici, hotel, divertimenti... Ma quando vi mancano sempre dei soldi per assicurare i vostri bisogni elementari, come avere un alloggio, mangiare, la sola priorità diventa quella di avere più soldi.
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- Bene, è qui che la politica entra in gioco. Politica è decidere quali comportamenti sono ricompensati e perciò quali comportamenti saranno incoraggiati.
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…/…. A un certo punto eravamo talmente coinvolti in questo scambio di idee, di argomenti, di pensieri, di punti di vista, di visioni del mondo, che ho dimenticato che lo stavo facendo in Inglese. Forse era brutto, forse banale, scorretto,elementare, ma le idee passavano, al di là delle parole, a di là della barriera della lingua. Ho passato un a boa. Sono entrata nel globalsocioletto.
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Mi piacciono i viaggi, gli incontri, il puro spaesamento che si conosce solo lontano da tutti i propri riferimenti e lo apprezzo tanto più che so che in fin dei conti c’è sempre il ritorno al porto, il momento in cui si posano le valigie in un gran sospiro di sollievo, proprio perché alla fine si è tornati a casa.
(questo post è stato abbreviato dall’editrice con il consenso dell’autrice. Ritrovate la versione integrale dell’articolo qui: http://blog.monolecte.fr/post/2010/06/29/Esperanto-me)
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