Identità Online e libertà di espressione: la donna che aveva 400 pseudonimi
Uno dei miei pazienti è stata una donna di circa 40 anni che si era congedata dai contatti con l'umanità. Era autistica, una donna estremamente intelligente. Un assistente sanitario precedente aveva fatto in modo di farle avere un computer per tenersi in contatto col mondo.Quando arrivai le tende erano ben chiuse. Erano le tre del pomeriggio. Bussai alla porta per un po’ di tempo. Alla fine si aprì per mostrare una donna nuda e smisuratamente in sovrappeso. Con un cenno mi invitò ad entrare. Mi avrebbe offerto del caffè disse, ma era “in ritardo al lavoro”. Non sapevo che "lavorasse".
Sistemò il suo corpo inverosimilmente largo su uno gabellino minuscolo di fronte al suo computer. Enormi pieghe di carne pendevano da entrambi i lati dello sgabello. Curvata in avanti a scrutare lo schermo, la pancia le copriva le ginocchia. Quando Windows prese vita cominciò a imprecare. Era impossibile intrattenere una conversazione con lei. Mentre digitava furiosamente, le imprecazioni volavano per la stanza, evocava maledizioni e malefici, e minacciava di morte il suo nemico invisibile all’interno del computer. Era in preda ad un'attività frenetica.
Sembra che una volta sia stata nello stesso edificio di una famosa rock star. Si era autonominata sua protettrice, e quando lui aveva aperto un sito web, aveva cominciato la sua incessante vigilanza e le sue invettive contro chiunque non capisse che lui era un dio in terra. Aveva scoperto la vita come opinionista del web 2.0
Aveva più di 400 diverse identità, e le usava per postare commenti minacciosi e offensivi ogni volta che qualcuno avanzava l’ipotesi che lui fosse un comune mortale. Era quello che faceva, ossessivamente, dal primo pomeriggio fino al calare della sera.
Penso spesso a lei nel corso della mia nuova vita come Blogger. Specialmente quando gli insulti al vetriolo arrivano nel bel mezzo della notte senza nessun apparente collegamento con l’articolo postato. Ti chiedi chi o che cosa sia seduto dietro a quel particolare computer. Per questo ero interessata a leggere l'articolo “Inside the mind of the anonymous online poster” (Nella mente degli opinionisti online anonimi).
“I commenti rabbiosi sulla zia di Obama sono solo un piccolo esempio dello spinoso problema che, proprio ora, molti siti web si trovano ad affrontare riguardo a cosa fare con i commenti anonimi […] Ma prima ancora c'è da risolvere un problema più elementare: chi sono le persone che passano così tanta parte delle loro giornate a postare commenti anonimi, e che cosa li spinge a farlo?”
Sono state mandate delle email agli opinionisti anonimi che avevano commentato quell’articolo, ma:
“Non ho avuto risposta dagli urlatori, dagli agitatori e dai troll (provocatori). Nemmeno una. Le voci più forti e più aggressive ammutoliscono quando gli si chiede di dare una spiegazione, di intavolare una vera discussione. I troll sembrano dare un gran valore al loro anonimato, più di qualsiasi altro.”
L’Indipendent ha annunciato recentemente che la vita facile per gli opinionisti anonimi sta per finire.
“I siti web hanno incoraggiato la codardia. Hanno permesso agli utenti di nascondersi dietro all’anonimato virtuale per fare commenti frettolosi, mal informati e spesso violenti senza considerazione alcuna per le offese alle persone o per i danni alle aziende”
Alcune persone hanno un bisogno autentico dell’anonimato, e i giornalisti hanno presto fatto notare che “la maschera dell’anonimato”, così radicata nella cultura web, permette ad alcune delle dritte più utili di apparire nella sezione commenti.
A marzo, Cleveland.com ha rivelato che, presumibilmente, una giudice postava commenti come “lawmiss” in cui discuteva i casi che si presentavano nel suo tribunale. La giudice ha negato di esserne l’autrice e li ha citati per 50 milioni di dollari. Il giornale avrebbe dovuto nascondere le informazioni dopo esserne venuto a conoscenza? La giudice ha un argomento valido riguardo alle aspettative di anonimato?
Accanto alla cultura dell’anonimato c’è l’altrettanto radicata tradizione dell’ ‘outing’1. L’‘outing’ è la versione online di un pugno sul naso di un ubriaco che non ha più argomenti per continuare una discussione. L’‘outing’ è l’arma di chi serba rancore, non di chi discute o del commentatore intelligente. È la risposta insolente di una persona insolente. (il mio personale “pugno sul naso” ha avuto un risultato così felice, che è difficile portare rancore!)
Da un lato, i commenti anonimi danno agli utenti la libertà di esprimersi spontaneamente in un forum pubblico. Dall’altro, si può abusare di quella libertà e manipolarla.
‘John Smith’ di johnsmith@esempio.com è davvero ‘John Smith’? La maggior parte degli username che aveva la donna che ho visitato erano nomi maschili, e sottintendevano uno stile di vita attivo –il che non poteva essere più lontano dalla verità!
Questo è il dilemma che si trovano ad affrontare gli editori web: come fermare l’abuso della libertà di espressione sui loro siti web continuando a proteggere nel frattempo quei lettori che possono essere degli “informatori” solo se la loro identità rimane protetta?
Mi dispiacerebbe perdere gli “username”, il lavoro cerebrale che c'è dietro alla loro elaborazione è una grande tradizione; una sfilza di commenti titolati “anonimo” è semplicemente irritante, sono tutti la stessa persona?
Sarei ancora più triste se non ci fossero più i commenti online. Ho sempre voluto scrivere, ma non potrei immaginare di rivolgermi ad un vuoto di silenzi. Scrivere tutti i giorni questo blog è più simile a scrivere a decine, centinaia, migliaia, di vecchi amici.
Come con tutti gli amici, solo la conoscenza occasionale è sgarbata. Immagino solo la sua carne che pende ai lati di quel minuscolo sgabello, sorrido a me stessa e passo al commento successivo.
Questo articolo è stato gentilmente abbreviato dall’autore. Potete leggere la versione integrale qui: http://www.annaraccoon.com/politics/on-line-identity-and-free-speech/
NdT
1. in senso lato 'outing' viene usato con il significato di rendere pubblico un fatto personale di qualcuno che vorrebbe mantenerlo segreto.
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